domenica 27 febbraio 2011

COME SI COSTRUISCE UN PARTITO COMUNISTA

di Marcello Graziosi

Senza aver potuto partecipare attivamente e direttamente alla fase più recente delle discussioni riguardanti il Prc e la FdS, affido a queste poche righe alcune mie riflessioni sulla “fase”,sull’unità dei comunisti e sul futuro del partito al quale rivendico con orgoglio l’iscrizione dal 1991.
Un non-nuovo appello sull’unità dei comunisti ha suscitato una non-nuova discussione e polemica. Io sono stato tra i firmatari del primo appello “comunisti uniti”, che nella mia testa (ma anche nella lettera del testo) avrebbe dovuto avvicinare i due maggiori partiti comunisti ma non solo, avrebbe dovuto creare un terreno di discussione e di elaborazione rivolto al futuro, facendo anche tesoro del nostro patrimonio storico e culturale, senza nascondere però errori e scelte sbagliate, rispetto ai quali rivendicare elementi di discontinuità anche profonda. Un appello ai gruppi dirigenti della “galassia comunista” ad iniziare un nuovo percorso, per chiudere la pagina delle scissioni ed aprire una fase nuova. Un appello che ho ritenuto fosse giusto sostenere ma che ha finito per legittimare un’operazione allora (come oggi) francamente indigeribile (“strappo” con il Prc e attrazione verso il Pdci). Da una parte, Bertinotti, Vendola e soci tentavano la spallata finale all’idea stessa della presenza dei comunisti organizzati in Italia, dall’altra qualcuno prendeva questo pretesto per pensare di uscire da un partito che sentiva sempre meno “suo” e rifugiarsi presso i comunisti italiani: Chianciano ha aperto per fortuna una nuova fase nella vita del Prc, dato troppo presto per morto; fase che faccio fatica a considerare esaurita nella sua dimensione strategica e “rifondativa” nel senso genuino del termine.

Forse, su questo, stiamo lavorando troppo poco, finendo per concedere spazio a vecchi e reciproci stereotipi. Perché, invece di dividerci su ragionamenti e progetti del tutto astratti, non proviamo a concentrare le forze sulla “rifondazione” di una moderna forza comunista e di sinistra in grado di reggere lo scontro con il capitale, in grado di tenere insieme la parte migliore della storia del movimento operaio e comunista italiano come internazionale con le nuove esperienze ed elaborazioni che hanno caratterizzato gli ambienti della “nuova sinistra” in Italia ed in Europa? Su questo terreno determinante per il futuro, come sulla costruzione di un’identità dinamica, in movimento, non riusciamo a produrre uno scatto, ad indirizzare la rotta, a ruotare il timone della ricerca collettiva.
Quest’ultimo, nuovo appello all’unità non sembra aggiungere granché alla discussione.

Non serve un saldatore per assemblare pezzi di comunisti; pezzi di partito con altri, gruppi e gruppetti, diaspore varie… con il risultato finale di essere tutti, ma proprio tutti, più deboli. I partiti comunisti nascono e vivono solamente grazie all’azione consapevole di dirigenti e militanti, solamente se hanno un grande progetto di trasformazione sociale alle spalle intorno al quale aggregare forze vecchie e nuove, adattandosi certo ai singoli contesti per poterli poi cambiare e radicandosi nelle rispettive società. Progetto politico, progetto sociale ed organizzazione costituiscono i tre elementi fondamentali per il successo o il fallimento non solo dei comunisti, ma anche della sinistra radicale più generalmente intesa. Comunisti e sinistra radicale che devono trovare la necessità di convivere, almeno in questa fase e soprattutto in Europa, dando vita ad un grande progetto di trasformazione sociale, di alternativa di società. Su questo i comunisti dovrebbero poter giocare un ruolo fondamentale, utilizzando in maniera creativa ed aperta il materialismo storico dialettico, uno straordinario strumento di elaborazione politica e di lotta.

Gli operai di San Pietroburgo e il gruppo dirigente bolscevico nel 1917 sono stati protagonisti di un evento che ha cambiato la storia del mondo e che appartiene a tutta l’umanità oppressa, ma chi in Cina pochi anni dopo ha tentato di applicare meccanicamente quel modello ad una realtà economica, sociale e culturale completamente differente, ha rischiato di condurre il partito allo sfascio e la rivoluzione alla sconfitta. Mao, interpretando Lenin e non copiandolo, ha costruito un processo rivoluzionario del tutto originale, con al centro un “nuovo” soggetto, e talmente rispondente alle esigenze della società cinese da risultare vincente. Per questo tutte le nostre forze dovrebbero essere concentrate alla costruzione di un progetto di società all’altezza dello scontro in atto e dei tempi, all’altezza delle nuove sfide poste dal capitalismo, elemento che ci consentirebbe forse di aggregare nuove forze, superando così l’astrattezza di una discussione tutta ideologica che porta inevitabilmente a dividerci. Sull’unità dei comunisti come su Sel.

Sarebbe forse sufficiente provare a far funzionare meglio quanto esiste, moltiplicando illavoro di inchiesta sulle fabbriche in crisi e sulle nuove povertà, sulle caratteristiche di una classe lavoratrice molto diversa da quella che abbiamo ereditato dallo scorso secolo, sull’uso delle tecnologie (rivoluzione informatica e robotica) nei processi produttivi nell’ottica della liberazione del lavoro e del lavoratore… ma anche sulla vita nelle città, su un modello di sviluppo non più sostenibile, sui diritti calpestati, sui nuovi bisogni, ecc… Sulle varie facce e sfaccettature della crisi del neoliberismo, insomma, elaborando proposte e sperando, giova ripeterselo, di aggregare per questa nuove forze. Questa è la vera scommessa che abbiamo di fronte, come Prc e come Federazione della Sinistra; qui sta la differenza tra una stentata e precaria esistenza ed un possibile rilancio di entrambi i soggetti. 

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